Trivellazioni al Polo Nord. L’ok degli USA alla Shell

Artico: nuova Eldorado del petrolio?Dopo un attimo di sgomento (lo ammetto) ho dovuto digerire questa notizia raggelante: la Shell trivellerà l’Artico per estrarre petrolio, e questo totalmente in barba alla chiara volontà dell’opinione pubblica e alla gigantesca mobilitazione internazionale capeggiata da Greenpeace con la campagna “Save the Arctic”, che abbiamo seguito insieme fin dalla sua nascita e sta proprio in queste ore raggiungendo 1 milione e settecento mila firme. L’Artico, repetita iuvat, è un ecosistema a rischio, i ghiacci stanno subendo pesanti ripercussioni dal riscaldamento globale e si stanno sciogliendo; gli orsi polari, legati a doppio filo con il loro habitat, non riescono a cacciare, a spostarsi, ad allevare la prole e nella loro medesima condizione si trova tutta la fauna ittica e terrestre autoctona. Come non bastasse, anche in questo angolo incontaminato della Terra si cominciano a evidenziare tracce di sostanze inquinanti; insomma l’Artico è in ginocchio e da poco è divenuto frontiera per trivellazioni, conquistando il titolo di “nuova Eldorado del petrolio”.

Ogni forma di logica suggerirebbe di tutelare quanto più possibile quello che (a tutti gli effetti) è uno dei regolatori della temperatura del Pianeta; il Polo, infatti, incide sulle correnti del Golfo e sugli equilibri climatici globali, dovrebbe essere interesse di tutti cominciare a camminare in punta di piedi. Invece, la Shell ha appena avuto il via libera dal Ministero dell’Interno statunitense per lo spazio antistante l’Alaska. “La Shell puo’ iniziare le operazioni nel mare di Chukchi – ha spiegato il segretario agli Interni Ken Salazar durante una conferenza stampa – piazzando 500 metri di alloggiamenti per il sistema che previene le fuoriuscite di petrolio, un dispositivo che chiude il pozzo qualora se ne perdesse il controllo”; ipotesi non così remota, visto il disastro del golfo provocato dalla British Petroleum nel 2010.

Ironia della sorte la dichiarazione d’intenti statunitense è arrivata in concomitanza con la rinuncia da parte della Gazprom, il colosso russo e maggiore estrattore al mondo di gas naturale, a esplorare la “sua” parte di oceano Artico. Motivazione? I costi sono eccessivi e la domanda è in contrazione.

Il permesso accordato alla Shell non è semplicemente uno schiaffo alla volontà della società civile, è il segno che le lobby e i governi oggi assomigliano chiaramente a delle cooperative a circuito chiuso alle quali partecipano tutti i portatori di interesse (economico) mentre siamo esclusi tutti noi che dalle loro decisioni abbiamo tutto da perdere, compresa la salute. Sarà ora di ripensare al nostro ruolo di cittadini e di consumatori? Se vogliamo chiudere una volta per tutte con questa prepotenza dobbiamo dire basta al petrolio e investire ovunque possiamo nell’energia pulita, quella che fa bene a noi e all’ambiente.

Alessandra De Sio
Dott. di ricerca in Marketing
Professionista del Marketing Etico e Ambientale