The Cove: il film che fa paura al Giappone

The Cove: il film che fa paura al GiapponeAlcuni di voi avranno forse notato come in questi giorni diverse associazioni ambientaliste si stiano mobilitando per la diffusione mediatica dei fatti di Taiji: alludo alla brutale caccia dei delfini che ogni anno da settembre a marzo tinge di rosso porpora le acque dell’omonima baia giapponese, resa nota all’opinione pubblica mondiale grazie al film The Cove.  Chi sapeva infatti, prima dell’uscita della pellicola, di questa cittadina situata a 500 km a sud ovest di Tokyo, che si presenta al visitatore come un sedicente santuario dei cetacei, come luogo di adorazione di questi animali rappresentati ovunque per le strade su mosaici, fontane e murales e che invece ne persegue lo sterminio sistematico?

Chi conosceva le tecniche di questa mattanza che consegna al mercato un alimento tossico, fraudolentemente etichettato come carne di tonno o balena, e che invece avvelena gli ignari consumatori giapponesi? Il documentario statunitense diretto da Louie Psihoyos, fotografo NG e fondatore dell’OPA, l’Oceanic Preservation Society, ruota intorno alla figura dell’ex addestratore di delfini Rick O’Barry, ideatore del progetto, il quale inizialmente tentò di effettuare le riprese entro i margini della legalità, richiedendo alle autorità competenti permessi che gli venivano sistematicamente negati. Dinieghi fin troppo facilmente interpretabili come una volontà di celare quanto stava accadendo. Da qui, cinque anni di girato clandestino tra le minacce dei pescatori e della polizia locale. Com’era prevedibile il film è stato censurato in Giappone.  Vi sarebbe un problema patriottico, di nazionalità oltraggiata. Secondo un gruppo di estremisti della “Società che guarda al ripristino della Sovranità”, la pellicola infatti “distorce intenzionalmente la cultura culinaria del popolo giapponese, e la sua proiezione andrebbe a offendere i sentimenti di molte persone”. Uno degli aspetti più allarmanti di questa storia è la mistificazione: da qualunque angolazione la si guardi persiste, sottile eppure così esplicito, il filo conduttore di un divario tra apparenza e realtà. Simbolicamente la stessa città di Taiji riflette questo divario: “qui puoi andare al museo dei delfini, assistere al loro spettacolo e subito dopo mangiarli al market del delfinario” spiega O’Barry.

Il governo nasconde deliberatamente le informazioni sull’alto livello di tossicità del mercurio presente nel delfino in quantità esorbitante: questo è già successo, a Minamata, nel 1956, quando si diffuse una malattia causata dal rilascio di metilmercurio nelle acque reflue dell’industria chimica Chisso Corporation. Soltanto in tempi recenti le richieste di risarcimento di migliaia di vittime sono state accolte, mentre durante i trent’anni in cui la malattia dilagò, amministrazione e industrie cercarono di liquidare la questione con ogni mezzo. E ancora, pescatori e autorità locali nascondono dietro la bandiera di una pratica tradizionale un interesse puramente lucrativo. Come può essere una tradizione ciò che i giapponesi al di fuori del minuscolo distretto di Wakayama ignorano? Il fatto è che la tratta dei delfini destinati al consumo alimentare  è  davvero solo la punta di un iceberg. Prendiamo per esempio il caso dell’IWC (International Whaling Commission). L’ IWC è l’unica organizzazione di tutela dei cetacei riconosciuta dalle Nazioni Unite, ma esclude da questa cura delfini e focene in quanto troppo piccoli per rientrare nei requisiti dimensionali da loro fissati, in ragione dei quali si discernono specie protette e non protette: il vero motivo è che le cosiddette “nazioni della caccia” che l’hanno fondata hanno interesse a lasciarli fuori. Alcuni stati che siedono in commissione sono vittime consapevoli di un’oscura prassi, sulla base della quale le agenzie del governo nipponico contattano piccoli paesi in bancarotta, li aiutano finanziariamente e poi li convincono a entrare nell’IWC e votare a favore dei provvedimenti presentati dal Sol Levante.

“Il chiodo che sporge deve essere spinto a fondo”, dice un adagio giapponese.  L’onda d’urto di una verità finalmente svelata non ha tardato a farsi sentire: un primo risultato è stato il blocco da parte delle autorità giapponesi del programma che prevedeva l’ingresso della carne di delfino nei menù delle mense scolastiche. Il kill-count, la conta delle vittime, registra una diminuizione ogni anno dal 2009. Nel 2008-2009, 1484 delfini hanno perso la vita. Nella stagione successiva, 1336 sono stati i delfini arpionati a morte, e il dato è in ulteriore decrescita. Partecipare attivamente e in prima persona è possibile: l’associazione Sea Shepherd è alla ricerca di volontari disposti a passare del tempo a Taiji in qualità di “osservatori”.

Come disse l’antropologa statunitense Margaret Mead “non sarà mai l’azione dei governi o delle istituzioni a risolvere i grandi problemi. Tutti i cambiamenti sociali nascono dalla passione degli individui”. Quindi, fate, e sarete voi stessi il cambiamento.

Eleonora Di Mauro
Fotografa naturalista
Copywriter e attivista ambientale

Sito The Cove