Siccità americana e crisi climatica. E Obama?

Obama e siccità americanaAgosto 2012: l’America brucia sferzata da temperature torride, pochi giorni e la situazione diventa chiara, è allarme siccità. Le ore cominciano a falciare le colture, gli allevamenti entrano in sofferenza ma pochi sanno realmente quello che sta succedendo: gli agricoltori e i colossi del food, i primi preoccupati per la perdita del raccolto, i secondi preoccupati per i propri profitti, a rischio per colpa dell’inevitabile aumento del prezzo della materia prima. Ma i danni più grossi non sono visibili a occhio nudo perché si insinuano nel tessuto sociale, questo evento ingrossa e fa più evidente lo spauracchio della guerra alimentare pronosticata da alcune illuminate menti dell’economia globale; lo stesso Obama è fortemente preoccupato. Cosa sta accadendo?

In verità nulla che non fosse prevedibile; il clima sta cambiando davvero e quelli che prima erano eventi straordinari ora sono all’ordine del giorno. La grave siccità che si è presentata agli occhi della nazione a stelle e strisce questo agosto, secondo la National Oceanic and Atmospheric Administration, è la peggiore dal 1956. Nella storia dell’uomo ci sono sempre stati anni drammatici per le colture (siccità, gelate, stagioni fortemente temporalesche), solo che “capitavano”, i popoli stringevano la cinghia, cercavano di sopravvivere per un anno e poi tutto tornava gradualmente alla norma. La nostra di norma, invece, prevede scroscianti grandinate fuori stagione, inverni con picchi di gelo, primavere anticipate ed estati torride e asfittiche: ogni stagione porta con sé un bollettino di guerra sui danni alle colture. I governi di tutto il mondo sanno perfettamente quello che sta succedendo e stanno dando fondo alla loro fantasia per mettersi al riparo, in futuro. La Cina ha dei piccoli sottomarini nucleari che “accompagneranno” le navi delle scorte alimentari, i paesi occidentali stanno varando piani di crisi e ponendo pacifiche bandierine di conquista sulla terra del sud del mondo. Tutto questo sarà anche un po’ allarmistico, ma fa riflettere.

Tornando alla situazione americana, la siccità, secondo le stime del Wall Street Journal, potrebbe ridurre la produzione di granturco del 15,4%. Il presidente Obama ha stanziato dei fondi cospicui di sostegno agli agricoltori danneggiati e, senza un’apparente nesso logico, ha rilasciato interviste sulla necessità di lavorare per un futuro più sostenibile e con meno emissioni. Il presidente, grande speranza di noi tutti (ammettiamolo), ha su questo tema un atteggiamento quanto meno controverso perché la domanda che più ricorre tra gli ambientalisti che si interessano di sostenibilità globale è: “dov’era Obama durante Rio+20? Perché ha ritenuto inutile parteciparvi?”.

L’America si sa è il paese delle mille contraddizioni, ma proprio perché oggi sta subendo gli inevitabili contraccolpi dell’era capitalista dovrebbe essere la nazione più disposta al cambiamento e al dialogo e dove invece il “sogno americano” è divenuto e tuttora è sinonimo di “dollari”; ancora i cittadini sognano di avere “the idea” che li trasformerà da mediocri consumatori a detentori di capitali, perché qui solo i soldi pagano una buona vita. Il capitalismo americano è alla frutta, con una forbice sociale dilatata fino all’inverosimile, con una sanità che opera un chiaro distinguo tra chi può permettersi di pagare il conto e chi no, con una scuola pubblica divorata da quella privata e con soglie di inquinamento impressionanti; il desiderio di ogni cittadino e del governo dovrebbe essere quello di rifondare il sistema sociale e di assicurare dignità e benessere al professionista blasonato come al ragazzino dei sobborghi urbani, ma soprattutto di assicurare un futuro alle future generazioni. La tutela dell’ambiente non è un optional, è sopravvivenza, e la siccità dell’agosto 2012 non è che un chiaro monito che dovrebbe spingerci a invertire la rotta. È davvero tragicomico, invece, che a distanza di neanche un mese il Ministero dell’Interno degli Stati Uniti abbia concesso alla Shell di affossare la volontà dell’opinione pubblica di tutto il mondo di lasciare l’Artico inviolato e al riparo dalle trivelle. Insomma: per chi lavorano questi governi, per noi o per le lobby?

Alessandra De Sio
Dott. di ricerca in Marketing
Professionista del Marketing Etico e Ambientale