Decreto Sblocca Italia. Perché…no?

Sblocca ItaliaParliamo di rimonta economica, di rinascita dalle ceneri di un’Italia ferita, prima di tutto nell’orgoglio. La crisi, o forse ben altro, ha tolto a tanti imprenditori la voglia di sopportare quel “rischio imprenditoriale” per il quale, in un Paese sano vale la pena lottare. Le persone sono in difficoltà, lavoro non se ne trova e chi ce l’ha, tra ragioni e non ragioni, è scontento. L’economia è bloccata dalla burocrazia, qualcuno denuncia, e dalle tasse, altri suggeriscono; la confusione la fa da padrone. Ma sotto la cenere le idee continuano a lavorare tenacemente e a cercare soluzioni che però stentano a venire a galla, e allora ecco: il Decreto Sblocca Italia, nuovo cavallo di troia Made in Italy, che su quella cenere verserà dell’acqua.

Sblocca Italia, un concetto accattivante, e chi non la vorrebbe sbloccare questa Italia dove i giovani stanno emigrando e i quarantenni-cinquantenni (di norma zoccolo duro di un’imprenditoria consolidata) stanno soffocando? Lavoro stabile non ce n’è, relazioni stabili ce ne sono poche e figli non se ne fanno: è ora di rifondare la Nazione! Nell’esasperazione generale il Decreto si fa largo con garbo ma l’allarme parte lo stesso, e non solo dai “soliti ambientalisti” ma da qualunque economista di buon senso che ha compreso (e predicato) che l’economia globale non è da ripristinare, ma da cambiare perché non ci sono più i presupposti per un progresso erosivo vecchia scuola. Amen.

Sblocca Italia vuol dire invece via libera al cemento e allo smaltimento rifiuti tramite combustione. Benché nel decreto si parli di necessità di mitigare il rischio idrogeologico, di valorizzare le risorse energetiche nazionali, di salvaguardare gli ecosistemi e valorizzare il Made in Italy, e molto altro, si stabilisce (per tali scopi) come misura fondamentale: una incisiva, maxi apertura dei cantieri, anche laddove il tempo ne ha decretato l’inutilità; un incremento delle estrazioni petrolifere, invece che un decisivo investimento nella realizzazione di una mobilità alternativa ormai esistente sotto forma di decine di brevetti registrati, protocollati e venduti ad altre Nazioni dalle nostre università ed enti di ricerca; e ancora, l’attuazione di deroghe e commissariamenti per la gestione di bonifiche, rifiuti e dissesti idrogeologici, il che equivale a sopprimere e annullare la pianificazione a lungo termine dei territori.

Ok, trivelliamo il Mediterraneo massacrando flora e fauna marina con ovvie conseguenze sul clima, mettiamo in ginocchio la pesca ed estraiamo quel petrolio che ci manterrà i motori attivi per una manciata di mesi; commissariamo i territori in disastro tipo la Terra dei Fuochi e tappiamo la bocca a chi sta morendo di cancro, come fatto nell’emergenza rifiuti di Napoli durante la quale sono state aperte discariche straordinarie, inadatte, che stanno tuttora avvelenando le falde acquifere di Terzigno. Facciamolo, avremo una boccata d’ossigeno (…), e dopo? Ma sopratutto, domandiamoci perché ora che cominciava a farsi largo una politica dei rifiuti virtuosa fatta di riciclo e sfruttamento della frazione umida per la creazione dell’energia e del calore ritorna ancora l’idea di bruciarli (l’articolo 35 del decreto invaliderà tutte le buone prassi di cittadini e comuni e affonderà una nuova enorme fetta imprenditoriale che già ora sta creando un indotto straordinario); e ancora, perché proprio ora che si sta facendo largo una tecnologia green, una mobilità alternativa e sopratutto uno stile di vita a minore impatto? Sarà perché le aziende petrolifere hanno più voce in capitolo dei ricercatori che garantiscono al 100% una conversione a basse emissioni, indolore dei veicoli e della mobilità; sarà perché Enel (si sempre lei), intenderebbe convertire alcune centrali a olio combustibile, ormai obsolete, in impianti di recupero energia dai rifiuti urbani…e speciali; sarà che la creazione di emergenza mette in moto dei meccanismi che facilitano una gestione monetaria e ambientale disinvolta che concede appalti ai soliti noti?

Eppure una strada alternativa c’è e siamo noi italiani ad averla tracciata, si perché mentre la politica discuteva ancora di Quinto Conto Energia, di incentivi alle automobili a combustibile fossile, di cavilli e “cavilletti” che rendevano ancora più selvaggio e difficoltoso per noi giovani il mondo del lavoro, noi ci rimboccavamo le maniche e sfruttavamo quelle poche cose buone che erano cascate dai tavoli di trattativa del Parlamento per farne dei filoni operativi: tornavamo ai campi e fondavamo aziende bio e a km 0, ripopolavamo paesi diroccati e ne facevamo città-albergo o agriturismi, montavamo pannelli fotovoltaici e mini pale eoliche, rispolveravamo antichi mestieri facendo rinascere l’artigianato (nel 2012 si è avuto un incremento quasi del 2% rispetto all’anno precedente e tutto ciò durante un anno nerissimo per le aziende), inventavamo il turismo familiare, creavamo un’economia territoriale, ci prendevamo cura col volontariato di tutto ciò che lo Stato ha dimenticato: delle persone in difficoltà (l’Istat nel 2011 ha riportato che l’11% delle famiglie italiane è in condizioni di povertà), attraverso agli ambulatori sociali nati in tutta Italia in risposta a una sanità non più realmente pubblica, le mense gratuite, la banca del tempo, il baratto alimentare, e, ovviamente ci facevamo carico dell’ambiente ridotto ovunque a una discarica.

Il Decreto Sblocca Italia è l’ennesimo passepartout delle lobby e di certo non è il futuro; almeno non il nostro. Saperlo è il primo passo per cambiare le cose.

Alessandra De Sio
Dott. di ricerca in Marketing
Professionista del Marketing Etico e Ambientale