Rio-20. I cittadini fanno da sè

Rio 20Si è appena conclusa la conferenza Rio+ 20 (dal 20 al 22 giugno) della quale si è tanto parlato (anche nei nostri articoli) negli ultimi mesi per le speranze e le grandi aspettative che gran parte della società civile riponeva in essa. Doveva essere un’importante occasione di cambiamento, sembra invece abbia deluso un po’ tutti. Tranne le lobby e i rappresentanti dei governi partecipanti, naturalmente.

Andiamo con ordine: in questa conferenza i leader mondiali avevano il compito di approvare il testo “Il futuro che vogliamo”, ricchissimo di impegni che dovevano garantire uno sviluppo realmente sostenibile, con particolare attenzione alla tutela ambientale. Il testo, semplicemente, non ha trovato consenso unanime. A rompere l’incanto sono stati da una parte i grandi assenti (primo tra tutti Obama), dall’altra un testo finale privo di ambizione, fatto di giri di parole e promesse di poca sostanza. Sembra, in base a quanto detto dai cronisti, che l’evento sia stato più che altro una festosa celebrazione dei vent’anni trascorsi dal precedente vertice.

Non la vede in questo modo il Segretario dell’ONU Ban Ki Moon, convinto che il documento finale sia molto solido e lungimirante rispetto ai tre obiettivi posti come prioritari: equità sociale, sviluppo economico e sostenibilità.

Il punto è che, a differenza di molti rappresentanti delle maggiori organizzazioni mondiali, delle multinazionali e delle lobby, c’è una grande fetta di partecipanti appartenenti alla società civile che ha giudicato questo incontro un’occasione sprecata, un buco nell’acqua, che ancora una volta ha dimostrato la volontà di procedere senza un reale obiettivo di salvaguardia del Pianeta. Così, Rio+20 è stata ribattezzata Rio-20. In effetti l’impressione di gran parte delle associazioni e dei cittadini presenti è stata quella di trovarsi di fronte a un’alleanza tra governi e multinazionali e di avere davvero poco spazio per esprimersi e confrontarsi.

Il problema è il fortissimo peso che hanno le lobby degli inquinatori. Mentre la società civile e le associazioni lottano a favore delle rinnovabili, oggi ai vertici si parla ancora di combustibili fossili o meglio di combustibili fossili “puliti”. Pertanto l’idea comune e condivisa è che sia piuttosto difficile che i governi possano risolvere i problemi ambientali insieme a coloro che li hanno provocati, ignorando per di più la voce di chi, invece, li sta patendo.

Le valutazioni fatte rispetto ai cambiamenti climatici hanno prodotto una classifica dei 58 paesi che hanno un indice di miglioramento delle performance climatiche legate a minori emissioni dei gas serra; i primi tre posti non sono stati assegnati, mentre i successivi tre sono occupati da Svezia, Gran Bretagna e Germania. I paesi più inquinanti sono di contro Arabia Saudita, Iran e Kazakistan. L’Italia si trova al trentesimo posto: non bene insomma. Questa classifica viene stilata attribuendo un punteggio calcolato in base a tre parametri principali: il trend di riduzione delle emissioni, che pesa per il 50%, il livello assoluto di emissioni, che pesa per il 30%, e infine le politiche climatiche, che pesano per il 20%. La dipendenza dal carbone di tutto il mondo non è stata fermata, ma è anzi aumentata. Iran, Cina, Russia, Canada ed USA (5 dei 10 grandi emettitori) sono stati classificati con il label “very poor performance”.

Stando a questi dati anche a noi viene da chiederci perché un’occasione come quella di Rio+20 sia stata fondamentalmente non sfruttata; tuttavia, una buona notizia c’è. Il vero passo avanti è stato la straordinaria partecipazione di una società civile interessata a fare rete e a superare l’autoreferenzialità per agire, ora e subito. Forse questo rende finalmente evidente l’idea che non esiste una giustizia sociale senza una giustizia climatica e viceversa.

In questo grave contesto di immobilità delle politiche nazionali per l’ambiente (e della politica internazionale) è interessante notare che sempre più cittadini del mondo, nelle diverse realtà geografiche, “fanno da soli” e cercano nel loro lavoro e nella loro personale economia di dar vita  a forme di “sviluppo verde”, a prescindere da ogni appoggio politico. È il caso di dire che oggi, spesso il cittadino è più avanti delle istituzioni che lo governano, forse perché riesce a vedere i problemi quotidiani con più chiarezza, oppure perché trova un chiaro appagamento nel miglioramento delle condizioni ambientali; o forse perché non ha nulla da guadagnare nel mantenere in vita un sistema capitalistico morente, ma solo da perdere. Tutto.

Agnese Ficetola
Sociologa
Consulente in Sociologia dell’Ambiente