Rapporto Ecomafia 2014. Il business dell’ecologia

Ecomafia_2014Era il 1994 quando l’Osservatorio Nazionale Ambiente e Legalità di Legambiente coniava il termine ecomafia, con cui indicava il sistema usato dalla criminalità organizzata per gestire il traffico e lo smaltimento dei rifiuti; ed è dal 1997 che viene pubblicato annualmente il Rapporto Ecomafia che riporta le stime relative ad abusivismo edilizio, escavazione, traffici di opere d’arte rubate, di animali esotici e, naturalmente, dei rifiuti. A ben vedere nel corso del tempo è cambiato poco nel nostro amato Paese, sempre più attento al danno ambientale ma sempre più vittima dello stesso. E quest’anno? Come credete sia andata?

Presentato a Roma presso il nuovo cinema Aquila, confiscato alla mafia, il rapporto annuale di Legambiente dedicato alla memoria Roberto Mancini (recentemente scomparso dopo una vita trascorsa a lottare contro i crimini ambientali) e ai reporter Ilaria Alpi e Miran Hrovatin (uccisi in Somalia nel ‘94 mentre indagavano su un traffico di rifiuti e armi internazionali), evidenzia in maniera chiara come le mafie continuino a investire in modo crescente nel settore ambientale, ricca fonte di guadagno, con un giro d’affari stimato intorno ai 15 miliardi di euro. Un sistema complesso e sofisticato spesso camuffato di legalità che non comporta solo danni al sistema economico e imprenditoriale ma che corrode e frantuma la coesione sociale del territorio, privandolo delle risorse utili alla sua crescita. La legislazione penale messa a punto per contrastare gli eco-reati è del tutto inadeguata, basata sulla vecchia logica che ha sempre riconosciuto il prevalere delle ragioni economiche sui costi ambientali, sociali e sanitari. Secondo la Direttrice di Legambiente Rossella Muroni le misure da attuare per colpire sensibilmente questo sofisticato sistema criminale devono mirare all’inserimento dei delitti ambientali nel codice penale (testo di legge che aspetta di essere approvato al Senato).

Ma diamo uno sguardo ai numeri che descrivono la realtà che viviamo. I dati presentati evidenziano la crescita dei reati ambientali nelle quattro regioni del sud Italia in cui si segnala da sempre la presenza di mafia, camorra, ‘ndrangheta, sacra corona e così via. Sono 30.000 i reati contro l’ambiente in un anno, quasi 80 reati al giorno con la maglia nera che spetta alla Campania, seguita da Sicilia, Puglia e Calabria; è proprio in queste regioni che si conta il 47% dei reati totali commessi in Italia che hanno riguardato soprattutto il settore agroalimentare con ben il 25% del totale, a seguire la fauna con il 22%, i rifiuti con il 15% e il ciclo del cemento con il 14%. L’ecomafia è spesso poi ospite silenziosa delle nostre tavole, tutti noi consumiamo ogni giorno a casa, bar o ristorante i prodotti derivanti da una mercato agroalimentare organizzato dalla criminalità, contribuendo ad accrescere il loro business che si aggira sui 14 miliardi di euro: nel rapporto sono censiti 1500 forni abusivi per esempio, gestiti senza nessun rispetto per le norme igieniche, dove il pane della camorra viene cotto con legna tossica, nociva e funeraria, a danno della nostra salute. Tra i dati più strazianti ci sono anche 18.000 cani rapiti e impiegati nei combattimenti, e che durante la “preparazione” vengono torturati, picchiati, affamati e lasciati infine agonizzanti a morire dopo gli incontri, un fenomeno che non coinvolge solo camorra, ‘ndrangheta e mafia, ma anche piccoli delinquenti che lucrano sulla loro vita spesso gestendo allevamenti, palestre e sistemi di scommesse.

Di fatto oggi la criminalità ambientale  si avvale di una rete di professionisti e funzionari pubblici corrotti, colletti bianchi, banchieri, uomini politici e istituzioni; un cancro che divora il sud come il nord Italia. Un meccanismo di corruzione perfetto definito dal Rapporto come un vero e proprio sistema d’impresa eco criminale. E se le vicende dell’Expo 2015 o del MOSE a Venezia ci hanno sconvolto è bene sapere che non sono che la punta dell’iceberg.

Quest’anno però il rapporto si arricchisce di un capito importate: la scelta di Legambiente di costituirsi parte civile nei processi italiani per crimini ambientali. L’intento è quello di promuovere e valorizzare l’azione civile, ponendo l’attenzione sulle comunità costrette a vivere in situazioni di grave disagio e impotenza, come succede a Casale Monferrato a causa dell’eternit, a Taranto a causa dell’Ilva, a Marghera, Manfredonia, Brindisi, Gela e Priolo a causa degli stabilimenti chimici. L’attenzione non è solo incentrata sull’inquinamento ma anche su quelle realtà che generano sopruso (l’allevamento lager di Green Hill), abusivismo edilizio e non ultimo archeomafia (l’attività delle organizzazioni criminali che operano nel settore dei beni culturali, dedite agli scavi archeologici clandestini, al furto e al traffico di opere d’arte).

La redazione annuale di questo chirurgico lavoro è reso possibile solo col contributo delle forze dell’ordine: Capitanerie di porto, Corpo forestale, Guardia di finanza, Carabinieri del Comando tutela ambiente, Polizia di Stato; ma la lotta alle ecomafie, quella quotidiana per intenderci, non può essere lasciata solo nelle mani di queste ultime, come ha dichiarato il curatore del Rapporto Antonio Pergolizzi. Il contributo di tutti è l’unica soluzione possibile, e in fondo il lavoro di Legambiente si prefigge come obiettivo personale quello di destare le coscienze, di stringere le maglie del controllo e di fare di ciascuno di noi una “sentinella” della vita su questa Terra.

Elisa Macciocchi
Sociologa
Esperta in Sviluppo Sostenibile