Piumini d’oca, moda imbottita. Di crudeltà

piumini d'oca Sono ancora giorni di vero freddo questi che stiamo vivendo dopo l’ultimo, lungo inverno; per ripararci pare non ci sia nulla di meglio di una calda trapunta o di un giubbotto in piuma d’oca. Anni di pubblicità ci hanno convinto che non ci sia nulla di più naturale per mantenere costante la temperatura del nostro corpo e favorire la traspirazione della pelle. I manufatti a base di piuma si sono guadagnati il titolo di “prodotto naturale” per eccellenza, da preferire a quelli sintetici; anche molti ambientalisti sono caduti in questo tranello del marketing della moda, incrementandone la diffusione e facendo si che la piuma d’oca imbottisca di tutto, anche gli economici cuscini dell’IKEA. Qualità e valore diversi, stesso metodo di produzione che richiede il dolore di milioni di animali. Scopriamo allora cosa c’è dietro questo prodotto.

Se siete vegetariani o vegani allora il problema non si pone, la scelta è stata già fatta a monte: nulla di derivazione animale, quindi niente piumino da indossare. Ma se siete tra quegli onnivori che credono che in fin dei conti l’oca si mangi al pari della mucca o del maiale e dunque non ci sia nulla di male nell’utilizzare gli scarti del loro corpo per generare nuovi prodotti, per voi ci sono pessime notizie. Le piume del vostro amato trapuntino difficilmente vengono dal mattatoio, esistono invece delle fattorie industriali dove si alleva una razza di oche particolarmente apprezzata per le caratteristiche del suo piumaggio. In questi allevamenti, stipati in poco spazio, con poca aria a disposizione e cibo spesso commisto a escrementi, questi disgraziati volatili vengono periodicamente spennati vivi in quelle parti del loro corpo dove cresce il cosiddetto fiocco (sottocollo, ventre e petto); dopo interminabili minuti di agonia, durante i quali essi spesso svengono dal dolore e perfino muoiono, vengono abbandonati all’aperto, ricoperti di sangue, lasciati a formare nuove piume, da strappare.

Vi sono aziende che di questo prodotto hanno fatto un fiore all’occhiello e i cui manufatti costano davvero tanto, ma la piuma d’oca oggi non è solo affare di elité, è possibile infatti acquistarla anche a buon mercato. Gli allevamenti di cui sopra molto spesso sono asiatici: ciò vuol dire che quel che è successo anni fa con la pelliccia di animale sta succedendo oggi con la piuma d’oca. In pratica la produzione su larga scala e l’organizzazione meccanica delle filiere di allevamento e “raccolta” riescono a garantire una quantità notevole di materia prima, di prima, seconda e terza scelta, ma allo stesso contenuto di crudeltà.

Questo è uno di quei casi in cui il prodotto naturale è profondamente amorale tanto quanto (forse più) uno totalmente sintetico e dunque inquinante. Materiali alternativi ce ne sono tantissimi: ecologici, organici e termici almeno quanto la piuma d’oca, se non di più. Quindi, perché avere sulla coscienza (e letteralmente addosso) i resti di poveri esseri viventi? Scegliamo bene, ricordando che anche un solo gesto contribuisce a salvare un po’ di più il mondo.

Alessandra De Sio
Dott. di ricerca in Marketing
Professionista del Marketing Etico e Ambientale