Morire di immigrazione, oggi si può. Meglio, si deve

immigratiL’ennesima ecatombe, l’ennesimo tributo di sangue al Mediterraneo e intorno tutto tace, avvolto da un’indifferenza rassegnata e a tratti stufa che ha solo voglia di una giornata di clamore che, da brava, cederà il passo al prossimo show. E allora c’è chi scuote il capo, chi si commuove, chi s’indigna, chi twitta “uccidete anche i superstiti”, il problema delle morti in mare è diventato un argomento tappeto, sotto il quale nascondere molte squallide verità; e quindi ben vengano manifestazioni di razzismo estremo, o di vuoto ecumenismo, l’importante è non sollevare scandalosi lembi di nuda verità.

Io mi ricordo dell’alluvione di Sarno durante la quale, nelle città limitrofe, sembravamo in assetto da protezione civile; tutti demmo una mano quando la montagna divorò la città seppellendo per sempre centinaia di case, uomini e animali. Per anni la colpa fu dell’acqua. Troppa pioggia, troppo vento, troppi torrenti ingrossati, troppa natura; forse, “troppo Dio”. Solo dopo anni si è stati disposti a individuare e ripartire le colpe tra incuria delle amministrazioni, ecoreati, erosione del territorio, mancata prevenzione, abusivismo edilizio, deforestazione e chi più ne ha più ne metta. Nessuna natura, solo uomini.

Parimenti, oggi, il problema dell’immigrazione è spiegabile con un semplice “troppa immigrazione”, e la soluzione è “devono starsene a casa loro, questi”. Dovrebbe essere chiaro una volta per tutte che le persone non fuggono dal loro Paese tanto per fuggire, o per comodità; noi stessi italiani, membri della cosiddetta società civile, con le mille difficoltà di vita e lavoro che il Belpaese ci presenta, non siamo certo disposti a lasciare terra, amici, parenti, radici per un ignoto altrove. Si fugge per disperazione, quando si è certi di non avere neanche la sopravvivenza in casa propria.

Una seconda cosa che dovremmo sapere, poi, è che oggi, dagli stati africani che patiscono condizioni di guerra civile, lotte intestine, guerre fratricide o religiose e altro, non è possibile partire. Non si può comprare un biglietto aereo e andare, si può solo guadagnare una frontiera marina sfuggendo a mille pericoli e tentativi di estorsione e imbarcarsi tentando la sorte. Vi stupirebbe scoprire tra le persone che sono sui barconi insegnanti, ex politici, ingegneri, medici; persone che con la loro professione si sono messi contro poteri forti.

In tutto questo, si parla di un’Europa assente, venuta meno ad alcuni patti e impegni, di un’Europa che tratta alcuni suoi stati come l’Italia come zone di periferia, in cui ammassare problemi da non far filtrare nei “quartieri bene”. Questa è una grande verità, com’è vero che il nostro Paese sta davvero compiendo un sommo sforzo per restare “umana” di fronte a tanta difficoltà, ma ancora una volta stiamo solo sbirciando sotto il tappeto.

Dando un bello strattone e facendo entrare la luce sotto quelle fitte maglie scorgiamo la verità: l’Africa e con essa il Medio Oriente sono Paesi che oggi stanno reagendo con violenza ad anni e anni di manipolazione occidentale. Abbiamo, America in primis, Europa a seguire (Russia e via via fino a molti stati emergenti), macellato i territori e i popoli di questa fetta di sud del mondo per interessi economici, politici, commerciali. Il “land grabbing”, letteralmente “scippo della terra”, ha fatto si che le multinazionali del cibo e dei prodotti a esso collegati abbiano corrotto governi e maggioranze per usurpare enormi appezzamenti di terra, in tal modo spesso interi villaggi sono stati esodati, scaricati sugli equilibri sociali di altri villaggi. C’è poi la questione delle separazioni etniche create ad arte dagli occidentali, esplose col tempo in lotte fratricide (è il caso degli Hutu e Tutsi del Ruanda), e ancora ci sono i governi dittatoriali messi al potere attraverso gli interessi economici delle lobby (petrolifere, dei diamanti, del coltan) che hanno creato un sistema corrotto e incline al sopruso. Popoli in agitazione agitano stati e innescano guerre di cui nessuno parla, ma i cui effetti si fanno sentire fin sulle nostre rive.

Detto tutto, quale la soluzione? Difficilissimo ormai a disrsi, certo non si può spopolare l’Africa e sì, Paesi come il nostro sono in difficoltà rispetto alla gestione delle emergenze, ma da dove cominciare è davvero complesso. Con certezza, tuttavia, il primo passo da compiere è quello di conoscere, occorre sapere per esempio che la prima vera responsabilità dell’Europa non è tamponare l’emergenza ma costruire con gli altri stati la pace, occorre capire le implicazioni dello sciacallaggio occidentale verso questi Paesi, è necessario pensare che i nostri politici sono responsabili di azioni belliche e anche dell’omertà verso di loro. Solo così, comprendendo realmente, si ha il diritto di indignarsi. Abbiamo una responsabilità verso il mondo intero e anche la pace fa parte del concetto di “ecologia”.

Alessandra De Sio
Dott. di ricerca in Marketing
Professionista del Marketing Etico e Ambientale