L’ambiente che avveleniamo, ci avvelena

Danno ambientaleSecondo il Rapporto Sin Italy 2011 di Greenpeace in Italia il 3% dell’intera superficie nazionale è contaminato da sostanze e prodotti tossici, nocivi per l’ambiente e per l’uomo. Dalla Val D’Aosta alla Sicilia sono 57 le aree classificate Sito d’Interesse Nazionale (SIN) inquinate oltre ogni limite di legge. Luoghi talmente martoriati da costituire un serio pericolo per la natura e per la salute pubblica e che oggi necessiterebbero di lunghi e costosi interventi di bonifica. “Abbiamo nascosto sottoterra i nostri rifiuti di morte e li abbiamo lasciati ai nostri discendenti, in pochi decenni ipotechiamo millenni di avvenire all’umanità che verrà”. Così scriveva Piero Bevilacqua nel bellissimo “Miseria dello Sviluppo”; mai come in questo momento storico la sua citazione mi sembra tristemente calzante.

Il rilevante impatto ambientale, sanitario e socio-economico causato dai livelli di contaminazione raggiunti nei citati 57 SIN ha fatto sì che venissero presi direttamente in carico dallo Stato e sottoposti a massicce opere di messa in sicurezza e di bonifica. Non si tratta solo di siti industriali dismessi, in corso di riconversione oppure ancora in attività (come l’ILVA di Taranto per esempio), ma anche di porti, ex miniere, cave e aree che in passato sono state protagoniste di smaltimento, spesso anche abusivo, di rifiuti. I contaminanti maggiormente presenti all’interno delle aree in esame sono: diossine, metalli pesanti, arsenico e policlorobifenili (PCB), sostanze pericolose che hanno localmente devastato aria, suolo, sottosuolo e acque, oltre a mietere vittime causando tumori e malattie di varia natura alle popolazioni residenti.

In attesa delle bonifiche, 9 milioni di persone (anziani, adulti, giovani e bambini) continuano nonostante tutto a vivere in questi territori, gettando la sorte in una grossa roulette dove la posta in gioco è la sopravvivenza. Uno studio epidemiologico coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) sulle popolazioni residenti in 44 SIN distribuiti su tutto il territorio nazionale (21 al Nord, 8 al Centro, 15 nel Sud) ha evidenziato, infatti, che il loro rischio di mortalità è più alto del 15% rispetto alla media nazionale. A incidere negativamente pare sia anche l’utilizzo di prodotti alimentari locali in cui sarebbero stati riscontrati residui di sostanze altamente tossiche. Il quadro descritto è ancora più drammatico se si pensa che nel citato studio si considerano solo i siti contaminati di interesse nazionale, non quelli regionali; chiaramente più numerosi, sarebbero circa 13.000 e di essi 5.000 da bonificare in emergenza. Insomma, pare che ormai l’Italia sia un campo minato sul quale camminiamo, costruiamo case e coltiviamo.

Con la crisi economica ambiente e sostenibilità passano spesso in secondo piano sia nelle politiche di Governo che nel dibattito pubblico. L’inquinamento invisibile e diffuso resta invece un problema centrale che merita una riflessione profonda e che ci obbliga a una programmazione di lungo periodo; perché? Semplicemente perché di lavoro si vive, ma di inquinamento si muore.

Elisa Macciocchi
Sociologa
Esperta in Sviluppo Sostenibile

Rapporto Sin Italy 2011