Guerra e ambiente: il veleno nascosto di cui nessuno parla

Guerra e ambienteAmbiente e guerra. A prima vista due termini che non hanno nulla in comune. Nella nostra mente appartengono a due mondi separati: il primo a quello della vita e del benessere, il secondo a quello della morte e della distruzione. Quando si parla di guerra, si parla di perdita di vite umane e di bambini che, se sopravvissuti, resteranno mutilati a vita, nel corpo o nella mente. Gli uomini non imparano nulla dal passato, basta riflettere su cosa sta accadendo in Sudan o in Nigeria, dove si millantano intolleranze religiose: ammesso sia questo il vero pretesto, vogliamo sottolineare anche la solita ignoranza storica e religiosa che non sa che i Popoli del “Vecchio Testamento” (Cristiani, Ebrei e Musulmani) hanno tutti in Abramo il progenitore. A prescindere, noi crediamo poco alle origini religiose dei conflitti, ma andiamo oltre.

Quando nei dibattiti pubblici si parla di guerra si tende a presentare la situazione da un punto di vista politico, socio-economico e umanitario, trascurando del tutto gli aspetti ambientali che, durante e dopo il conflitto, continuano a mietere vite e a infliggere menomazioni. Secondo stime recenti per fare le guerre vengono utilizzati oggi 15 milioni di km2 di terra (più dell’intero territorio dell’Europa) e viene prodotto circa il 10% delle emissioni globali di carbonio l’anno. Non ci si pensa, ma è così.

Ma quali sono le molteplici possibili interrelazioni fra ambiente e guerra? Tralasciando gli effetti evidenti (distruzioni di ecosistemi, inquinanti sversati, falde freatiche inservibili, e cosi via) sull’ambiente, la questione richiede una risposta strutturata, che tenga conto dei diversi significati con cui vengono utilizzati i due termini e di come l’ambiente viene piegato e utilizzato all’uopo.

Una delle relazioni più diffuse è legata alle crescenti crisi regionali per le risorse naturali.  Nell’ultimo secolo a oggi, da quando l’industria capitalista e il consumismo sono diventati il credo unico dei popoli cosiddetti civili, le guerre hanno sempre avuto il fine di accaparrarsi tali risorse. Questo porta a una competizione per il loro controllo e, guardando bene, pure i conflitti etnico/razziali o religiosi hanno la stessa matrice. Sono state combattute per interessi economici quasi tutte le guerre moderne: per il petrolio nel Golfo e in Libia, per i diamanti in Africa centrale e per l’acqua nel Sud del mondo. Persino l’acquisizione di grandi estensioni di terra in Africa e Asia per l’agricoltura, per le quali Cina, Russia e India si stanno preparando da tempo, sono in tutto e per tutto “guerre”: la Cina per la “difesa dell’agricoltura”  ha varato un piano per la costruzione di piccoli sottomarini nucleari per scortare le grandi navi container che trasporteranno derrate di grano, mais e riso. Finora non s’era mai vista una cosa del genere, ma ciò rivela anche cosa le grandi potenze si aspettano dal futuro.

Altra relazione fra ambiente e guerra, di cui si sa e si parla veramente poco, è quella delle modificazioni dei fenomeni naturali per scopi militari. Il termine geo-ingegneria, che nella sua accezione linguistica sembra una cosa buona, nella pratica indica un insieme di interventi militari volti alla manipolazione dell’ambiente e dei processi naturali per ottenere effetti strategici. In Vietnam durante la cosiddetta “Operation Popeye” l’aviazione statunitense portò avanti il progetto di “cloud seeding” (inseminazione di nuvole) diffondendo nei cieli del Vietnam settentrionale sostanze chimiche che reagissero da condensatori per la formazione di nubi, con lo scopo di indurre forti precipitazioni che provocassero allagamenti e frane sul territorio nemico. Per contrastare queste pratiche belliche, nel 1977 le Nazioni Unite hanno ufficialmente adottato una Convenzione sulla Proibizione dell’Uso Militare o di “Altra Ostile Natura” di Tecniche di Modificazione Ambientale, spesso però disattesa o aggirata.

Ci sono poi le “invenzioni guerresche”. Un articolo pubblicato nel 2008 su BioScience, mensile dell’American Institute of Biological Science, cita esempi di queste nuove invenzioni. Le esercitazioni con fuoco vivo spesso portano all’accumulo di inquinanti: il fosforo bianco, per esempio, è stato associato alla mortalità e riduzione della fertilità in uccelli acquatici e all’avvelenamento secondario di carnivori e rapaci in cima alla catena alimentare. Ogni tanto partono indagini dei media sugli spiaggiamenti di massa di balene e cetacei: chissà perché ci si guarda bene dal mettere in connessione questi eventi con l’uso di sonar ad alta densità durante le esercitazioni navali. Questi strumenti non solo disorientano gli animali ma possono creare danni ai loro tessuti interni provocandone la morte. Il monitoraggio a lungo termine condotto nell’area Hanford Nuclear Reservation,Washington, ha trovato radiazioni instabili in piante e animali a più di 250 km di distanza dal sito di produzione: insomma, non certo effetti “limitati alla zona d’interesse”!

Infine, parliamo delle conseguenze del famoso uranio impoverito (di cui ogni tanto sentiamo parlare) presente nei proiettili perforanti, nelle punte in particolar modo. Da ricerche fatte nei luoghi dove sono stati utilizzati si è sempre constatato l’esiguo numero di punte ritrovate rispetto ai proiettili sparati: si può affermare con sicurezza che un’altissima percentuale di queste è penetrata nel terreno e rimasta sotterrata. Non si conoscono gli effetti che tali punte potranno manifestare in futuro, ma si suppone che la quantità di uranio filtrata nell’acqua sfonderà il limite massimo definito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Ci piacerebbe che nei dibattiti sulle guerre, dopo aver parlato delle vite umane immediatamente recise, si parlasse anche delle conseguenze provocate sull’ambiente e delle vite umane che per decenni continueranno a morire o a essere menomate grazie a esse. Inutile tirare un sospiro di sollievo al termine di una guerra, insomma, perché essa ucciderà ancora, a lungo termine.

Carlo De Sio
Giornalista
Professionista del Marketing Etico e Ambientale