Il riciclo non è mai stato così dolce: ecco la plastica di zucchero

Plastica zuccheroIl cibo da asporto è una grande comodità dei nostri giorni, così apprezzata da essere ormai ovunque (purtroppo). I fast food ci propinano panini, contorni e patatine singolarmente confezionati; i supermercati traboccano di prodotti imballati che verranno smaltiti a scadenza avvenuta senza nessuna separazione tra materiale organico e plastico. Risultato? Una sovrabbondanza di rifiuti che non si degraderanno mai. Alcuni laboratori stanno studiando e mettendo a punto dei brevetti per ovviare a questo problema: spuntano un po’ ovunque plastiche meno impattanti o totalmente biodegradabili derivanti dalle sostanze più inaspettate. Tuttavia, quella prodotta dalla barbabietola da zucchero è la più interessante e innovativa.

Sono stati i ricercatori dell’Agricultural Research Service di Wyndmoor, parte del dipartimento statunitense per l’agricoltura (USDA), insieme a collaboratori dell’Università Statale di Washington a mettere a punto questa plastica biodegradabile termoplastica, atossica e compostabile, e per questo adattissima per la produzione di contenitori usa e getta per alimenti. In sintesi, a un polimero biodegradabile è stata aggiunta della polpa di barbabietola da zucchero, sottoprodotto dell’estrazione dello zucchero, anch’essa biodegradabile. Il risultato è un materiale composito termoplastico che mantiene proprietà meccaniche simili al polistirene e al polipropilene (quindi anche isolante), le plastiche utilizzate per fabbricare imballaggi bianchi e spugnosi. Questo progetto in verità non è nuovissimo ma sta cominciando a trovare maggiore diffusione sopratutto presso le aziende più virtuose.

La cosa ancora più straordinaria è che modificando di poco la composizione della ricetta base è possibile ottenere diverse varianti di “plastica” dalle proprietà differenti e quindi capaci di soddisfare esigenze diverse. Grazie alla “plastica di zucchero” il futuro di PET, PP e PVC potrebbe essere finalmente segnato. “Potrebbe”, insomma, lobby permettendo.

Redazione Attenti all’uomo