Il piacere del caffè, in una capsula. Non riciclabile!

CialdeSiamo il paese del caffè, una bevanda così radicata nella nostra cultura da essere prodotta oggi in almeno 6 modi differenti a seconda del gusto di chi lo beve. C’è chi ama la vecchia moka, chi addirittura l’antica macchinetta napoletana, chi invece preferisce l’espresso fatto con la polvere, e chi ancora quello francese, ottenuto dall’infusione dei chicchi macinati, ma sempre più spesso gli italiani ricorrono alle comodissime capsule monouso, oggetto di questo articolo a causa dell’enorme e troppo spesso sottovalutato impatto ambientale che stanno avendo da alcuni anni a questa parte.

Forse è la fretta che ci spinge verso le capsule, forse la comodità di non dover fare altro che inserirle nell’apposito alloggiamento e premere un bottone per avere un caffè dal sapore (più o meno) buono, e ancora, forse è il piacere di non dover asciugare neanche una goccia dall’aggeggio magico dal quale fuoriesce: quale che sia la nostra motivazione stiamo decisamente perdendo il piacere di produrre da noi stessi la bevanda simbolo del “Bel Paese”. Certo i vantaggi delle capsule sono innegabili ma dovrebbe apparirci evidente che il loro utilizzo è l’ennesima scelta a elevato impatto ambientale che facciamo. Perché?

Come prima cosa per produrre 1 kg di capsule occorrono: 4 kg di acqua, 2 kg di petrolio e 22 KW di energia elettrica. Nella stima non sono compresi il trasporto e lo stoccaggio di un prodotto che da sciolto occuperebbe forse 1/10 dello spazio richiesto. In aggiunta, la legge europea considera le capsule prodotti e non imballaggi, ragione per cui devono essere smaltite nell’indifferenziato con un enorme, ovvio impatto sulle discariche. Il problema c’è e comincia a farsi serio dal momento che sempre più persone scelgono questo tipo di caffè (la sola Italia consuma circa il 10% della quota mondiale di capsule), per questo motivo l’Università Federico II di Napoli ha dato il via a un ambizioso progetto sperimentale condotto in collaborazione con l’AIIPA (Associazione italiana industrie prodotti alimentari) che coinvolge per ora i comuni di Capannori (Lucca) e Portici (Napoli), impegnati in un processo virtuoso di recupero e riciclo delle capsule e del loro contenuto organico.

Un’iniziativa interessantissima che speriamo porti in futuro a una soluzione universale e definitiva, ma che sarebbe comunque come risolvere un problema che potrebbe tranquillamente non esistere se spendessimo appena un paio di minuti in più del nostro prezioso tempo; in fondo non è necessario complicare un prodotto così semplice e naturale come il caffè e usare la cialda è un po’ come accendere il forno per cuocere un biscotto (in termini di impatto ambientale). Per questo motivo sarebbe più che mai auspicabile una scelta virtuosa che parta dalle nostre coscienze. Infine, ricordiamo che il caffè è uno degli ultimi strumenti di “relazioni pubbliche” rimasto in questo mondo spasmodicamente accelerato: preparare la macchinetta è un gesto rituale, e aspettare che il caffè “salga” offre una piccola pausa utile a fare due chiacchiere e godersi, letteralmente, il momento. Pensiamoci, la magia di questa bevanda storica è più nell’atmosfera che sa creare che nel contenuto della tazzina in sé.

Alessandra De Sio
Dott. di ricerca in Marketing
Professionista del Marketing Etico e Ambientale