Hasta la tortura siempre. Benvenuti in Europa

La corrida diventa patrimonio nazionale spagnoloAppena qualche settimana fa emerse lo scandalo dei finanziamenti europei agli allevamenti dei tori da corrida: in sintesi, una formazione politica catalana aveva scoperto che parte dei fondi destinati al sostegno dell’agricoltura erano ingiustamente dirottati su uno dei settori divenuto pietra dello scandalo tra secessionisti catalani e sostenitori del governo centrale. Appena qualche giorno fa invece, una seconda stilettata agli animalisti di tutto il mondo: il Senato spagnolo ha dichiarato la corrida patrimonio culturale della nazione. Non fosse abbastanza, temo questo preluda a un ulteriore “traguardo” che si fa sempre più vicino: l’inclusione della corrida tra i patrimoni UNESCO. Incredibile.

Ai tempi in cui si discuteva ancora di Europa e della sua formazione, la questione Spagna era già nell’aria: molti insigni europeisti, persone che hanno contribuito alla costituzione della nostra federazione di stati, si chiedevano quanto fosse ammissibile portare nella compagine uno Stato che aveva tradizioni così cruente da cozzare con l’etica (più matura) di altri. Si propose di imporre alla Spagna un abbandono graduale delle sue sanguinose usanze, premio l’ingresso in Europa; poi si comprese che essa “serviva” allo scopo e basta, si abbandonò il dilemma etico in favore della certezza finanziaria di un Paese in forte crescita. Confidando forse in un futuro e graduale ravvedimento, mai avvenuto.

La corrida è un pezzo della cultura spagnola (e non solo purtroppo: mi basta pensare alla corsa camarghese, diffusa ancora oggi in Francia e che vi posso assicurare ha solo la morte del toro in arena di diverso dalla corrida), che ancora identifica molti cittadini, ma è anche un grande business, questo non va dimenticato; sul sangue dell’arena si affacciano allevatori di tori, di cavalli, scuole di formazione per toreri e per assistenti alla corrida, aziende produttrici di abbigliamento e di accessori, e infine il personale che gestisce gli spettacoli. Il fatto è che buona parte della Spagna è già convinta o quantomeno incline all’idea che la corrida sia uno spettacolo orrido, cruento e ormai non più al passo con i tempi, data la forte sensibilizzazione ai temi della tutela animale. Proprio da qui nasce paradossalmente l’esigenza di definire questa tortura “patrimonio culturale”: in caso contrario gradualmente sparirebbe. Detto questo, non posso che riflettere sull’iniquità di un mondo che tende al globale ma al tempo stesso usa 100 pesi e 100 misure per giudicare cos’è giusto e cos’è sbagliato; mi viene da pensare infatti come parte dell’antica cultura italiana, profondamente radicata nei costumi e nel concetto di giustizia del popolo o di parte di esso, fosse anche lo “ius prime noctis” o la pena di morte inferta ad assassini e traditori della patria, e parliamo di una manciata di anni fa. Direi che è una fortuna che l’UNESCO non si sia fatto carico di questi temi, perché, sopratutto nel caso dei “traditori della patria”, forse oggi avremmo la metà della classe politica in carico.

In estrema sintesi mi convinco sempre di più che la giustizia si ottiene con l’unione delle coscienze, l’Europa forse non darà una mano agli sfortunati tori spagnoli ma noi possiamo continuare a fare molto con la sensibilizzazione e con il boicottaggio della tortura legalizzata. La coscienza, d’altra parte, non fa distinzioni di caso o di genere e chi disprezza davvero la tortura la disprezza in ogni sua singola forma.

Federico Lombardi
Project Manager
Professionista della Comunicazione Digitale