Blackfish: la natura che non fa spettacolo

Un'orca osserva i suoi addestratori in un SeaWorld“Penso che tra cinquant’anni ci guarderemo indietro e ci diremo: mio Dio, che epoca barbarica è stata quella.”
(John Hargrove, ex-addestratore di SeaWord)

Blackfish di Gabriela Cowperthwaite s’inserisce nello stesso filone di The Cove sia per l’argomento trattato, lo sfruttamento dei cetacei all’interno dei parchi acquatici, sia per la tipologia: si tratta, infatti, di un documentario-denuncia con interviste e ricostruzione dei fatti accaduti attorno al mondo dei delfinari. Nello specifico è del re dei delfinari che qui si tratta, il discutissimo SeaWorld di Orlando. In Blackfish assistiamo al pentimento postumo di chi è stato direttamente coinvolto in questa industria milionaria o ne è stato addirittura promotore: gli stessi addestratori, in particolare quelli di Tilikum, il maschio di orca responsabile già di tre differenti uccisioni nei lunghi anni trascorsi in segregazione.

Tilikum è stato catturato in natura all’età di due anni, pesa cinque tonnellate e mezzo, è lungo sette metri e vanta il primato di essere la più grande orca mai (sopra) vissuta in cattività. Il film non manca di considerare l’aspetto della sottrazione degli animali alla vita libera, con un frammento piuttosto commovente nel quale si ascolta un vecchio pescatore raccontare un episodio di cattura, conclusosi immancabilmente in tragedia. Gli addestratori di Tilikum confessano oggi molto candidamente la scarsa preparazione nello svolgimento del loro lavoro, dovuta alla presunzione tipicamente umana di sapere già ogni cosa su questi animali. Raccontano come si vergognino, adesso, di tutta la disinformazione di cui si sono resi responsabili quando accompagnavano i visitatori in giro per il delfinario, mentre pronunciavano slogan a effetto, così imbeccati dagli amministratori del SeaWorld.

“Tutto l’addestramento cui sottoponiamo le orche è un’estensione del comportamento naturale dell’orca.”

“Namu non lo fa perché deve, ma perché lo vuole fare.”

“Tutte le orche muoiono a venticinque o trenta anni, non solo a SeaWorld, ma anche in natura.”

“Perché le orche nelle vasche hanno una pinna ripiegata? Il venticinque per cento di loro ha una pinna che si ripiega quando invecchiano, è un fatto naturale.”

Il film rende via via sempre più evidente come lo spettatore in visita in questi zoo acquatici sia fondamentalmente preso per il naso!

Un’amara e purtroppo ritardataria consapevolezza percorre le parole degli ex-dipendenti del parco, poi sorretta anche da un elemento scientifico: gli studi stanno dimostrando infatti come l’evoluzione abbia sviluppato in questi animali una parte del cervello non presente nell’uomo e specificatamente dedicata alla loro vita emotiva. Il che li rende, esattamente come i delfini, animali con una grande consapevolezza di sé nonché capaci di sofferenza. Sono molti i profili da trattare nel discutere del film, ma a mio giudizio ce n’è uno che salta alla mente nell’immediato, una delle riflessioni che potrebbero emergere subito dopo la visione, quando avrete visto abbastanza morte e sofferenza da un lato e dall’altro: ovvero quale sia il senso di questi spettacoli, per quale motivo dovremmo assistervi o addirittura ritenerli educativi per i nostri figli. Consideriamo come si svolgono: una musica gioiosa a volte ispirata al mare, a volte alla Sirenetta dysneyana, a volte al trionfo della vita (?) ci accoglie, mentre un addestratore fa salutare l’orca con la pinna, le rivolge una domanda e le fa fare segno di sì con la testa, infine le chiede se vuole fischiare e l’orca, rispondendo a un segno concordato (al quale il suo cervello associa il fatto che riceverà un pesce), fischia.

Davanti agli occhi del pubblico è in scena lo stesso incanto di uno show dei burattini, con la differenza che qui non si muovono pupazzi. Piuttosto esseri senzienti privati del cibo per garantire reattività durante l’esibizione, costantemente sottoposti all’assunzione di farmaci per controllarne lo stress, segregati in spazi angusti in cui si limitano a lasciarsi galleggiare, velocemente privati dei cuccioli che partoriscono in cattività, perché vengano inviati a calcare altri palchi, in tutto il mondo. C’è chi sostiene che si tratti di spettacoli formativi. Per restare in casa nostra, qualunque socio fondatore del delfinario di Rimini (attualmente nella bufera dopo il sequestro degli animali per maltrattamenti da parte della ASL) affermerebbe questo. Aggiungerebbe poi probabilmente che il delfino sorride, e questo ai bambini fa bene. “Quel sorriso è il più grande inganno della natura” ha detto Rick O’Barry, addestratore di Flipper, il delfino star televisiva degli anni ’60. È davvero questo l’approccio con il mondo animale che volete trasmettere ai vostri figli?

Quest’articolo rappresenta un sunto assolutamente indicativo degli argomenti trattati nel film, quindi, ancora una volta, questo è un invito alla visione che spero tutti vogliate accogliere.

Eleonora Di Mauro
Fotografa naturalista
Copywriter e attivista ambientale

Trailer Blackfish