Noi guariamo, l’ambiente si ammala: farmaci tra abusi e smaltimento improprio

Farmaci e inquinamento ambientaleBenché oggi spesso se ne abusi e se ne faccia un uso improprio, i farmaci sono indispensabili, hanno sostenuto l’umanità nella lotta contro le malattie e hanno reso possibile la nostra sopravvivenza a patologie un tempo letali e la nostra attuale longevità. Nella nostra quotidianità ci aiutano a superare piccole e grandi difficoltà, dal semplice raffreddore ai dolori reumatici. Tuttavia, oggi non voglio parlarvi dei rischi e benefici legati alla loro assunzione ma del danno ambientale che possono provocare se gestiti in modo scorretto.  Dell’inquinamento da farmaci si parla troppo poco o non se ne parla affatto, ma negli ultimi anni è cresciuto raggiungendo livelli allarmanti. A esso contribuiamo tutti, quindi dovremmo saperne di più ed essere più responsabili.

In effetti non siamo abituati a soffermarci sulla composizione dei farmaci che usiamo o a domandarci quale impatto possano avere sull’ambiente e per quale motivo: anzitutto mettiamo in chiaro allora che i farmaci sono quasi tutti prodotti di sintesi, sono stati cioè creati in laboratorio e per questo motivo devono essere smaltiti al pari di tutte le altre sostanze chimiche. Nella nostra quotidianità contribuiamo di continuo all’inquinamento da farmaci e lo facciamo in due modi: ingerendoli e smaltendoli in modo improprio (una volta scaduti). Nel primo caso c’è ben poco che possiamo fare in quanto, una volta ingerito, il farmaco viene restituito all’ambiente attraverso le urine e le feci: occorre dunque intervenire a monte, limitando l’uso dei farmaci allo stretto necessario, cosa per altro fortemente consigliata per la propria salute. Nel secondo caso invece siamo i diretti responsabili dell’immissione nell’ambiente di sostanze spesso tossiche per la natura e per gli animali. Questo è il motivo per cui è vitale smaltire i farmaci negli appositi contenitori situati all’esterno delle farmacie. Le ditte dedite alla loro raccolta sono specializzate nella loro gestione e trasformazione.

Anni fa nessuno immaginava che i farmaci potessero essere così deleteri per l’ambiente, ma oggi ne siamo pienamente consapevoli; soprassedere sul proprio impegno in questo senso è dunque un atto di leggerezza inconcepibile. Diversi studi condotti in Italia e in Europa hanno trovato enormi quantità di farmaci presenti nelle acque dei fiumi e dei laghi, ma anche nelle acque potabili.  Tracce di antibiotici, estrogeni, antipertensivi, antinfiammatori e molti altri sono praticamente ovunque. Molti di questi farmaci infatti non sono biodegradabili, mentre altri lo sono, ma solo nel lungo termine: si va da quelli che hanno una vita media nell’ambiente di poco superiore all’anno, come l’eritromicina (antibiotico molto utilizzato nelle creme anti brufoli degli adolescenti) e il naprossene (antinfiammatorio di largo consumo), a quelli, tipo l’acido clofibrico metabolita del clofibrato (ovvero quelli utilizzati per ridurre colesterolo e trigliceridi), che hanno una vita media di addirittura 21 anni.

Alcune indagini condotte sulle abitudini dei cittadini rispetto allo smaltimento dei rifiuti dimostrano che la maggior parte di noi conferisce i farmaci inutilizzati o scaduti nei sacchetti dell’indifferenziato o peggio ancora direttamente nello scarico. Questa apparente leggerezza comporta un danno a tutto l’ecosistema marino e terrestre e di conseguenza a tutta la catena alimentare, le stesse falde acquifere sono piene di elementi tossici derivanti dai farmaci; quindi, purtroppo, anche  l’acqua che beviamo. Tutto questo sortisce un effetto incredibile: i batteri che normalmente si trovano nelle acque e nell’ambiente, a contatto con le nostre sostanze antibiotiche sviluppano una resistenza, avviando una specie di selezione naturale che preserva i più forti e li rende più aggressivi. Quando il nostro organismo viene a contatto con questi ultimi, si trova di fronte dunque ad agenti patogeni già “allenati” a vincere contro le nostre difese.

Per risolvere questi problemi si stanno tentando diverse strade: in Europa sono nati due movimenti di ricerca, la green pharmacy e la green chemistry. L’idea che li sostiene è la possibilità di trovare delle molecole che abbiano un impatto ambientale nullo o quasi. Fino a qualche anno fa questa idea sembrava destinata a fallire, ma recentemente la Svezia ha portato una ventata di ottimismo dando semplicemente una svolta green alla sua sanità: a tutti i medici sono stati inviati degli opuscoli recanti il grado di tossicità ambientale dei farmaci, con l’invito a prescrivere quelli meno impattanti. Questo provvedimento dovrebbe sortire due effetti: il primo, immediato, consiste nella riduzione delle sostanze tossiche nell’ambiente, mentre il secondo, rivolto al futuro, si concretizza nel costringere fin da ora le industrie farmaceutiche a spingere la ricerca verso l’impiego di sostanze “sostenibili”.

Nell’attesa che qualcosa di veramente innovativo accada anche nel settore della medicina e più specificamente della farmacologia, noi possiamo fare la nostra parte utilizzando responsabilità e buon senso. Consumiamo pochi farmaci e smaltiamo quelli scaduti correttamente: piccoli ma fondamentali gesti che rendono più leggera la nostra impronta ambientale.

Giuliano Polichetti
Chimico Farmaceutico
Specialista in Farmacologia e Tossicologia Clinica