Disastro del Vajont: ricordare il passato per cambiare il futuro

VajontSono trascorsi 50 anni da quello che a più voci è stato definito il disastro naturale italiano più “importante” mai provocato dalla scelleratezza umana. La tragedia del Vajont è figlia di uno dei classici tentativi da parte dell’uomo di manipolare la natura per il proprio tornaconto, in quel caso motivata dalla necessità di produrre energia idroelettrica. Nulla di differente da ciò che accade ancora oggi in effetti, ma in quel caso la naturale arroganza dell’uomo produsse un risultato catastrofico, e come spesso succede decisamente prevedibile. La diga, costruita nel punto meno favorevole tra quelli individuati, fu modificata varie volte per aumentarne la portanza, e man mano che il livello dell’acqua si innalzava i monti circostanti già mostravano cenni di cedimento. La sera del 9 ottobre 1963 la catastrofe: rocce, terra e vegetazione pari a 3 volte la capacità del bacino precipitò in esso provocando un’onda anomala che si riversò con violenza nel fondovalle veneto, sommergendone gli abitati.

Potremmo affermare che il Vajont ha avuto tanta risonanza per l’eccezionalità storica dell’evento, legata da una parte al numero di morti provocate (oltre 1000) e dall’altra alla scarsità di opere titaniche costruite intorno agli anni ’50 – ’60. Già in quel caso tuttavia ci si chiese se fosse giusto incidere sulla natura con mega opere ingegneristiche e modifiche ambientali di enorme portata: la conseguente risposta è sotto ai nostri occhi. Alluvioni, smottamenti, frane, esondazioni e allagamenti sono oggi all’ordine del giorno. Perché? I nostri antenati seguivano le logiche del buon senso, edificando fuori dalle zone a rischio e adattando le loro pratiche di vita alla morfologia del territorio; questa saggezza è stata dimenticata e quel che è successo è stato un susseguirsi di stupri operati sulla natura che a ogni cambio di stagione ci regalano disastri e morte, definite “calamità naturali” e alle quali tutto sommato ci siamo assuefatti.

Con l’arrivo del mal tempo è difficile non pensare alle tante tragedie, piccole e grandi, che hanno costruito la storia dei nostri territori: appena un anno fa il Grossetano era sommerso dalle acque del Chiarone, nel 2011 fu la volta della Sicilia flagellata da esondazioni e straripamenti di fiumi “tombati”, nel 2010 fece scalpore la violentissima alluvione di Atrani (Costiera Amalfitana) distrutta sotto una cascata di acqua e fango proveniente dai monti retrostanti e, infine, come dimenticare la tragedia di Sarno, dove un’intera costa montuosa franò sulla sottostante valle, travolgendo abitazioni, ospedali e campagne? Il bilancio delle vittime è sempre più drammatico e l‘80% dei nostri comuni è a rischio idrogeologico; ma nessuno ne parla, almeno finché una nuova tragedia non si consuma.

La colpa di certo è di un sistema scellerato fatto di permessi edilizi concessi senza grandi sforzi (non approfondiamo…), ma anche di una costante mancata manutenzione di montagne, corsi d’acqua, valli e bacini idrici: la colpa è del disboscamento ma sopratutto della nostra totale cecità. Siamo padroni delle nostre vite ma non accettiamo responsabilità rispetto all’impatto ambientale che produciamo e ci si ritorce contro; ci opponiamo all’abbattimento delle costruzioni abusive e bramiamo condoni giustificando il tutto con lo spauracchio della perdita economica, salvo rammaricarci il tempo di una giornata di fronte alle inevitabili sciagure. Una nuova coscienza ambientale deve pur farsi largo nella nostra società, perché se è inaccettabile massacrare un territorio ancora di più lo è morire per mano della nostra incoscienza. Ricordiamo quindi il passato, perché sia cambiamento per un migliore futuro.

Alessandra De Sio
Dott. di ricerca in Marketing
Professionista del Marketing Etico e Ambientale