Delfinari: the show must go on. O no?

Delfinari: l'ombra dell'uomo sulla libertà dei delfiniSe qualcuno vi chiedesse di spiegare con parole vostre che cosa è esattamente un delfinario, voi cosa rispondereste? Probabilmente direste che è un acquario in cui delfini, orche e otarie vengono addestrati a eseguire semplici giochi. Se poi la stessa persona vi chiedesse anche un’opinione sullo stato d’animo di questi animali? Sicuramente vi sentireste abbastanza sicuri da poter affermare che i salti acrobatici, le piroette a pelo d’acqua, i versi allegri e il loro immancabile “sorriso” altro non sono che dimostrazioni di serenità. A questo punto il vostro interlocutore sarebbe costretto a fermarvi e farvi notare di essere caduti in una già lunga serie di luoghi comuni e finte verità.

Immaginate di essere un delfino. Da quando siete nati avete trascorso le vostre giornate nuotando in mare aperto, inseguendo banchi di pesci e facendo gare di velocità con gli altri membri della comunità. Un giorno, poi, vi siete trovati a scappare da una ventina di navi; rumori assordanti provenienti da pali in metallo immersi in acqua e battuti con martelli vi hanno lacerato il cervello. Confusi e nel panico vi siete ritrovati intrappolati a riva, dove mille mani attendevano pronte a esaminarvi. Nel giro di pochi minuti siete stati sollevati e buttati su una barca per poi essere trasportati via, verso il porto più vicino. Mentre la barca si allontanava avete visto per l’ultima volta i membri del vostro branco, i vostri fratelli, alcuni caricati su altre barche, altri, paralizzati dal panico, trascinati via, verso una baia poco distante, rassegnati a diventare cibo pregiato. Dopo diverse ore di viaggio, chiusi in container troppo piccoli, vi siete ritrovati in una vasca. Grande, colorata, ma pur sempre troppo piccola per voi. Lì degli umani, gli stessi visti sulla barca, hanno cominciato a insegnarvi dei giochi. Vuoi mangiare? Prendi la palla! Vuoi magiare? Batti le pinne. Vuoi mangiare? Salta!

Passano i giorni, il rumore dei filtri per la pulizia dell’acqua vi rimbomba nel cervello, gli applausi delle persone vi esplodono in testa, vi manca l’odore e l’acqua del mare. Alla fine cadete in depressione. Al vostro cibo aggiungono degli antidepressivi, dicono di farvi esibire per non più di un ora e mezza al giorno ma non è così. Piano piano vedete gli altri delfini “spegnersi” attorno a voi, ogni tanto ne scompare uno per poi essere velocemente rimpiazzato da un altro, fresco di mare. Sfortunatamente siete così intelligenti da avere piena coscienza di voi, da capire il mondo che vi circonda e rendervi conto che questa ormai è la vostra vita e che, sfortunatamente, rimarrà tale.

Triste, vero? Dietro a quei sorrisi e giochi non esiste quindi il mondo di serenità e di allegria che credevate? No, purtroppo no.

La cattività riduce drasticamente la qualità e la speranza di vita dei delfini: a differenza della maggior parte delle altre specie animali, vivono infatti circa 20 anni in meno di quelli in libertà e questo esclusivamente a causa del forte stress e della debilitazione che esso comporta. Quali sono le principali cause di questo stress? Prima tra tutte è la privazione sociale. I delfini sradicati dalla famiglia e introdotti in nuovi gruppi si ritrovano in un contesto sociale innaturale, costretti a condividere lo stesso spazio con individui estranei e di sesso opposto, fatto che in natura raramente accade. Un’altra fonte di stress è la privazione sensoriale: i delfini utilizzano un ecolocalizzatore (biosonar), ovvero emettono onde sonore nell’ambiente per poi captarne gli echi di ritorno in modo da localizzare e identificare gli oggetti in quell’area. Il sonar viene usato anche per l’orientamento, la caccia e la comunicazione. In cattività, a causa delle vasche di dimensioni limitate e della loro struttura in cemento armato, questi echi risultano molto più intensi di quanto siano in natura, finendo per confondere l’animale. La terza causa di stress s’individua nella privazione di allenamento. I delfini in natura riescono a percorrere tratte giornaliere che toccano i 100 km; è chiaro che, una volta inseriti in un ambiente artificiale questo non potrà mai soddisfare le esigenze di questi grandi nuotatori.

L’entità di tutte queste fonti di stress è tale da portare ad aborti spontanei, ulcere, automutilazioni (i delfini si grattano sui bordi delle vasche) e addirittura casi di suicidio (i delfini controllano volontariamente la respirazione; questo permette loro di decidere di smettere di respirare): il caso più noto è sicuramente quello di Kathy, una dei 5 delfini catturati e addestrati da Ric O’Barry per la famosissima serie TV “Flipper”. Kathy “recitò” per ben 3 anni diventando il delfino di punta dello show ma, una volta finite le riprese, venne dimenticata. O’Barry partì per un viaggio e al suo ritorno trovò Kathy in una vasca assolutamente non adatta alle sue esigenze. La delfina, che già durante lo show aveva cominciato a dare segni di depressione, si avvicinò al bordo della vasca e, preso un ultimo respiro, si lasciò morire. In quel momento la vita di O’Barry cambiò: decise di abbandonare il suo lavoro di addestratore diventando attivista. Negli ultimi 35 anni si è dedicato completamente alla salvaguardia dei delfini creando il Ric O’Barry’s Dolphin Project che si pone come obbiettivo quello di bloccarne la carneficina e l’ esportazione nel mondo: un faro di speranza nella triste storia di queste creature prigioniere, il segno tangibile che lo “spettacolo” non può e non deve continuare.

Alla luce di quanto scritto cosa possiamo realmente fare, noi, per cambiare le cose? È fondamentale collaborare con le associazioni che ogni giorno lottano per i diritti di questi animali, non solo economicamente ma soprattutto sostenendo le campagne di sensibilizzazione da queste promosse. Solo in questo modo, e attraverso un’opera di boicottaggio verso tutte le realtà complici di questi crimini, si potrà fare la differenza.

Kit Apollonio
Consulente informatico
Attivista per i diritti degli animali

Sito Dolphin Project