Decreto salva-ILVA. La priorità oggi non è la vita umana

Ilva TarantoProprio in questi giorni il Presidente della Repubblica ha firmato un decreto che consente la riapertura degli stabilimenti dell’ILVA di Taranto. Come tossicologo, ma ancor prima come cittadino, resto davvero sgomento di fronte a una scelta di questo tipo, soprattutto dopo la diffusione degli scioccanti risultati epidemiologici pubblicati dall’ISS (Istituto Superiore di Sanità). La condizione in cui versa questo angolo della Puglia è già fortemente critica, ma autorizzare la prosecuzione delle attività produttive aspettando che gli stabilimenti siano messi a norma e che si dia il via libera a una qualche sorta di bonifica è come firmare una condanna a morte, per molti se non per tutti.

Per bonificare realmente un territorio così devastato servirebbero decenni, figuriamoci quindi quanto sia vano il tentativo di farlo con gli impianti in attività. L’ILVA scarica ogni anno nell’aria migliaia di tonnellate d’inquinanti, e più precisamente 4.159.300 Kg di polveri sottili, 11.056.900 Kg di diossido di azoto, metalli pesanti quali Cadmio (137 Kg), Arsenico (157 Kg), Cromo (564 Kg), Mercurio (21 Kg) oltre a tante altre sostanze.

Bastano poche centinaia di grammi di questi veleni a causare danni irreversibili all’ambiente e alla salute. I dati diffusi dall’ISS ci hanno offerto una primissima stima di essi e per quel poco che raccontano già non hanno precedenti; l’aumento dell’11% della mortalità registrata nella zona esaminata, l’incidenza di patologie quali tumori alla mammella, mesotelioma pleurico (un tumore polmonare) e molti altri, i danni al sistema cardiovascolare e respiratorio sono infatti destinati a salire nel breve, medio e lungo termine. Inoltre, vanno considerati gli effetti sui neonati (e quindi sulle generazioni future) che saranno valutabili nella loro pienezza solo tra molti anni.

Oltre alla gravità di mantenere attivo un ecomostro che scarica veleni in atmosfera vorrei suggerire un’ulteriore osservazione sulla pericolosità del processo di accumulo delle sostanze tossiche. Mi spiego meglio: il golfo di Taranto ha assorbito veleni per decenni, ora è in una condizione in cui oltre ad essere interessato dall’ordinaria attività dell’ILVA, restituisce anche buona parte delle sostanze già accumulate, è un po’ come se gli stabilimenti avessero moltiplicato il proprio potenziale distruttivo. Ecco perché adesso è vitale, non opzionale, fermare tutto, procedere a una meticolosa riabilitazione ambientale e obbligare chi è colpevole a pagare per aver calpestato tante vite. In aggiunta, a prescindere dalla vicinanza o lontananza dell’acciaieria da casa nostra, è bene sapere che gli inquinanti sono in grado di spostarsi e di prendere sede in alimenti, prodotti di ogni genere, tessuti dell’organismo (nostro e degli animali che mangiamo), acque marine, falde sotterranee e così via.

Dubito che qualcuno pensi consciamente che si possa lavorare al costo della propria vita, è proprio per questo che rimango perplesso di fronte al provvedimento del nostro Governo che invece di tutelare i suoi cittadini sta firmando una chiara condanna a morte. Il decreto “salva-ILVA” è un modello replicabile, è un chiaro segnale di tolleranza nei confronti di chi si fa beffe della salute del Pianeta e dei suoi abitanti, ecco perché dovremmo essere noi a ribellarci e a combattere uniti affinché si possa vivere in un ambiente che ci faccia da casa, non da tomba.

Giuliano Polichetti
Chimico Farmaceutico
Specialista in Farmacologia e Tossicologia Clinica