Chi divora l’Amazzonia?

AmazzoniaL’Amazzonia è il polmone del pianeta, ce l’hanno insegnato fin da piccoli a scuola e non possiamo fare a meno di ricordarlo ogni volta che si parla di deforestazione e distruzione dei suoi delicatissimi ecosistemi. Oggi facciamo un po’ di chiarezza sugli interessi che ruotano attorno a questo dono della natura e rispondiamo alla domanda: chi ha fame d’Amazzonia?

Anzitutto va detto che il Brasile ha un debito estero enorme (150 miliardi di dollari), il più alto al mondo, per cui è poco probabile che rinunci alle ricchezze dell’Amazzonia. Di certo la Banca Mondiale comincerà tra breve a collegare ulteriori prestiti con la tutela dell’ambiente, tanto è vero che il presidente Rousseff si è data da fare per vietare alcune parti del nuovo Codice Forestale. Il vero dramma però è che la terra in Amazzonia costa davvero poco (1 ettaro=1 kg d’insalata) e questo ha fatto arrivare come avvoltoi moltissime aziende che commerciano in legno, dalla Manasa – Madeireira Nacional S/A (4.140.767 ettari), alla Jari Florestal e Agropecuária Ltda (2.918.892 ettari), alla Aplub Agrofloestal da Amazônia (2.194.874 ettari) e via via fino ad aziende minori, che insieme occupano circa 40 milioni di ettari.

Quindi, queste aziende “fanno il loro”. E poi? Non appena effettuato il disboscamento, arrivano gli agricoltori con le loro colture estensive (soprattutto di soia), oppure con gli allevamenti di bestiame da macello. Dopo il raccolto le aziende bruciano tutto e per moltissimi anni su quella terra non crescerà più nulla perché la foresta pluviale ha un humus delicatissimo. Oltre a questo c’è la semplicità con cui il vincolo imposto ai proprietari terrieri di conservare una parte di foresta sui loro possedimenti viene aggirato. Il gioco è semplice: se un proprietario vende la parte non utilizzabile a un fratello o parente, quello, in pratica, può ricominciare a deforestare e a rivendere la parte non utilizzabile.

Non dimentichiamo che ci sono in ballo anche gli interessi delle aziende farmaceutiche che sfruttano le molecole presenti in alcune rarissime piante brasiliane; anche loro posseggono brandelli di Amazzonia. Infine, c’è l’avanzamento umano che dagli anni 60 è stato finanziato dalla Banca Mondiale, l’occupazione della foresta attraverso la costruzione di città e abitazioni.

In aggiunta a qualunque commento di carattere ambientalista che possiamo fare, ci viene in mente un altro problema del quale davvero nessuno parla: la sopravvivenza delle tribù indigene. Legate a doppio filo con la foresta, esse semplicemente si stanno estinguendo: la prassi le vede soggette a continui traslochi, ricacciate in aree sempre più isolate e ristrette dove, magari, non hanno neanche le capacità necessarie per sopravvivere alle nuove condizioni di vita. Se è vero che gli uomini fin dalla notte dei tempi scelgono dove insediarsi in base a un’infinità di motivazioni, tra cui conoscenza del territorio, disponibilità di risorse indispensabili, clima e tanto altro, perché dovrebbe funzionare diversamente per gli indios? Perché per loro dovrebbe andare bene un qualunque luogo nella foresta?

L’opinione pubblica è da tempo mobilitata, pronta a dare una mano e a fare pressione sui governi perché qualcosa cambi, ma perché invece le grandi associazioni e i politici sembrano non sentire il grido di aiuto dei “senza terra”?

Alessandra De Sio
Dott. di ricerca in Marketing
Professionista del Marketing Etico e Ambientale