I biocarburanti che affamano la Terra

Sembrano la soluzione del futuro, o almeno una delle soluzioni praticabili per ridurre le emissioni di particolato provenienti dalle automobili a carburante fossile e sono di certo un’alternativa sorprendente, visto che siamo abituati a pensare ai carburanti come a un male “assolutamente necessario”. Di certo il petrolio nell’immaginario comune è ormai l’icona dell’antiecologia, ragion per cui alimentare un veicolo con un prodotto derivante da sostanze vegetali è da sempre il sogno di ogni ecologista, un traguardo ritenuto possibile e in molti paesi (come quelli sudamericani) raggiunto; tuttavia oggi stanno emergendo le mille contraddizioni del crescente indotto che ruota attorno ai cosiddetti biocarburanti. Facciamo chiarezza.

Anzitutto spieghiamo che i carburanti biologici sono un prodotto che deriva dalla lavorazione di frumento, grano, zucchero di canna e altri vegetali; per ottenerne quantità utili a soddisfare il fabbisogno attuale (crescente) di un parco automobilistico alimentato con metodo alternativo occorre disporre di enormi appezzamenti di terra, che godano di condizioni climatiche particolari e da trattare precisamente con il criticato metodo delle colture estensive.

Questi appezzamenti non sono naturalmente disponibili in Europa e, anche lo fossero, di certo non verrebbero mai sacrificati, o almeno non per uno scopo diverso da quello alimentare; e allora, che si fa? Si corre a strappare terra al sud del mondo. Questa azione si chiama land grabbing e, proprio come il termine suggerisce, si caratterizza per essere un gesto approssimabile al furto o allo scippo; il fatto è che, da un momento all’altro, le popolazioni indigene dei territori interessati da questo fenomeno si vedono negare ogni diritto su quelli che da sempre sono i loro territori, le loro risorse idriche e i loro villaggi. A questo si aggiungono non di rado vere e proprie violazioni dei diritti umani.

L’Europa, come sappiamo, tra gli obiettivi da raggiungere per il 2020 si è data anche l’incremento di produzione di carburanti non inquinanti e dunque incoraggia la produzione dei biocarburanti (coinvolgendosi quindi nelle azioni di land grabbing). Il problema è che, nel frattempo, assieme con gli altri paesi occidentali, è  impegnata anche nella lotta alla fame nel mondo e incoraggia nei paesi ancora poco sviluppati un progresso sostenibile e l’implementazione di “buone prassi” perché si soddisfi il primo essenziale fabbisogno di qualunque essere vivente: alimentarsi.

Quindi, riassumendo, anche lo Stato italiano si impegna per sconfiggere la fame nel mondo e per tutelare i diritti dei popoli svantaggiati, e tuttavia incoraggia la conquista di terra da sfruttare per produrre materia prima funzionale alla produzione dei biocarburanti, da sottrarre alla natura (con un gigantesco impatto ambientale) e alla produzione agricola locale (con effetti devastanti su tessuti sociali, alimentazione ed economia del sud del mondo) . Come purtroppo spesso accade, un’alternativa sostenibile, quando diventa oggetto di business globale, cede la sua anima etica alla speculazione. Noi sosteniamo che, come sempre, l’impatto zero in tutte le sue sfaccettature, ambientali, sociali e culturali, debba essere punto di partenza e di arrivo di ogni azione orientata al progresso; abbiamo già fatto troppa esperienza dei metodi capitalistici che per favorire pochi danneggiano molti e che producono sostenibilità in occidente, avvelenando altrove luoghi incontaminati.

I biocarburanti possono essere parte di una soluzione generale di riduzione delle emissioni. Crediamo tuttavia che il futuro sia nell’impatto zero, ovvero in tutte quelle soluzioni che non hanno riverberi negativi in nessun luogo della Terra. Un po’ utopisticamente vogliamo credere che presto si arriverà a una massiccia produzione energetica sostenibile che alimenti (tra le altre cose) anche un parco veicoli elettrico, o ibrido.

Alessandra De Sio
Dott. di ricerca in Marketing
Professionista del Marketing Etico e Ambientale