Ambiente, il tema reietto della politica (italiana)

Politica ambientaleMonti “ha lasciato”, il suo lavoro è diventato ingestibile a causa di un marasma di malcontento, ostruzionismo e talvolta anche insulti alla persona provenienti da tutti gli angoli della politica italiana. Tirare le somme sul governo del professore non è semplice, certamente quando si è insediato il Paese era sull’orlo del baratro a causa di anni di politica ad personam e di bunga bunga che avevano reso poco lucida la quotidiana amministrazione di un sistema economico e sociale. Neanche Merlino avrebbe potuto sistemare tutto, insomma. Nonostante il grande sforzo del governo tecnico e le talvolta impopolari manovre effettuate, Monti quantomeno ha ridato credibilità al nostro paese, ma purtroppo su un versante è stato davvero carente: le politiche ambientali, eterne fluttuanti nel limbo tra i capitoli pendenti delle vecchie legislature e le scomode eredità dei futuri eletti.

Da anni ambientalisti e operatori della green economy hanno come la sensazione che la questione della tutela ambientale e (dunque) dello sviluppo sostenibile di un’economia più solida, meno speculativa e capace di unire l’utile (tutela della salute del Pianeta e dei suoi abitanti) all’utilissimo (creare lavoro e ricchezza), sia tra gli ultimi problemi della politica italiana. La questione come al solito andrebbe affrontata considerando più angolazioni della stessa: come prima cosa però va detto che i paesi occidentali e ancora più l’Europa stanno facendo enormi passi avanti su questi temi. La Germania per esempio progetta un futuro fondato esclusivamente sull’energia rinnovabile, la Francia sperimenta la mobilità elettrica su larga scala, la Svezia promuove materia prima naturale e si accinge a sperimentare sistemi di riciclo avanzatissimi, e così via, la lista è davvero lunga. Ciascun paese sta implementando dunque la propria green way, mantenendo la propria identità anche se tutti sono accomunati da un obiettivo di base: ripristinare gli ecosistemi e proteggerli, aiutando la società a integrarsi con questi e non a invaderli.

Per l’Italia, a nulla sono valsi i traguardi raggiunti e l’incoraggiamento all’impresa “etica”: ultimamente sul tema hanno infatti parlato l’Ilva, le discariche abusive di materiali radioattivi, le emergenze rifiuti, le alluvioni (che ricordiamo sono frutto di abusivismo edilizio e incuria del territorio) e il vecchio West al quale appartengono tutte le politiche di incentivo alla green economy, allo sviluppo del fotovoltaico, all’acquisto di auto a basso impatto (quelli tanto annunciati per il 2013 sono rimandati a tempo indeterminato per la mancata delibera del decreto di attuazione contenente le regole per accedere agli sconti previsti dalla Legge 134 del 7 agosto 2012, il cosiddetto Decreto sviluppo)  e non parliamo poi del disincentivo al trasporto pubblico e della scarsa applicazione delle sanzioni amministrative e penali per chi commette reati ambientali.

Nonostante il ritardo italiano, al di sotto del quale sopravvivono invece energie vivissime di imprenditori e cittadini che comunque stanno lottando per fare quello che lo Stato non aiuta a fare, l’impegno politico pare sempre carente. Gli incompiuti dell’agenda Monti purtroppo ne sono una dimostrazione e sono i seguenti: messa in sicurezza del territorio, procedure per la semplificazione, nuova fiscalità ambientale, corretta gestione dei rifiuti e uso efficiente delle risorse. Vediamoli un po’ nel dettaglio.

Messa in sicurezza del territorio: punti essenziali sono la revisione del Patto di Stabilità, perché gli investimenti pubblici destinati alla protezione del territorio devono necessariamente essere esclusi dai vincoli che esso pone; approvazione del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici; attivazione del Piano di investimenti contro il dissesto idrogeologico.

Semplificazione: ovvero revisione della normativa integrata di autorizzazione ambientale Via, Vas e Aia; semplificazione delle procedure per le opere di riduzione del rischio idrogeologico; creazione di normative di riferimento per le emissioni in atmosfera degli impianti di combustione e altri ancora.

Fiscalità ambientale: revisione della tassazione energetica in relazione alla direttiva comunitaria in via di definizione (“carbon tax” prevista dal disegno di legge per la delega fiscale); agevolazione per il credito di imposta utile ad attivare crescita e occupazione green (benefici per gli investimenti nei settori della green economy); incentivi a innovazione per le tecnologie verdi.

Ciclo dei rifiuti: regolamento sulle modalità di prestazione della garanzia finanziaria per il trasporto transfrontaliero di rifiuti; decreto per l’identificazione del produttore di apparecchiature elettriche ed elettroniche immesse sul mercato e molti altri.

Efficienza: piena applicazione del Dpcm sulle acque del 20 luglio 2012 con l’obiettivo di definire un nuovo sistema tariffario che tenga conto dei risultati del referendum popolare; istituzione delle Autorità distrettuali di bacino; risanamento delle linee di alta tensione.

Il governo uscente avrebbe di certo dovuto avere molto più tempo per lavorare su tutti i fronti che richiedevano una “ristrutturazione”, solo che il comune sentore è sempre lo stesso: l’ambiente è vissuto ancora come un problema cui far fronte e non come opportunità di sviluppo e progresso, è questo il fondamentale punto che probabilmente ha impedito ai governi degli ultimi tempi di partire proprio da quello per creare i presupposti di un futuro migliore.

Alessandra De Sio
Dott. di ricerca in Marketing
Professionista del Marketing Etico e Ambientale