Acqua potabile: il diritto di tutti nelle mani di pochi

Acqua potabile: il diritto di tutti che è potere di pochiIngenuamente, la maggior parte delle persone è portata a credere che ci sia un’infinita quantità di acqua potabile sul Pianeta. Questa è una pia illusione. L’acqua potabile è un alimento finito e per di più in diminuzione, che dipende esclusivamente dalle piogge, che sono più o meno fisse (40 – 50 mila km cubici per anno), ed il cui filtraggio nel terreno è sempre più minacciato dall’inquinamento; al contrario, la popolazione mondiale aumenta di continuo, le proiezioni future prevedono una progressiva diminuzione del quantitativo d’acqua pro capite. Stando così le cose c’è davvero poco da sprecare, anche perché la penuria di questa risorsa, divenuta a tutti gli effetti preziosissima, sta innescando in ogni parte del mondo i presupposti per future, drammatiche guerre.

Facciamo luce anzitutto su un dato fondamentale: solo lo 0,4% dell’acqua potabile è disponibile per il consumo immediato, il resto è tutto stipato nel sottosuolo e nelle falde (circa il 27%) e congelata nei Poli e nei ghiacciai (ben il 70%). Detto questo, sappiamo tutti che fine stanno facendo questi ultimi a causa dell’aumento della temperatura che, ripetiamo ancora una volta, non distribuendosi in modo uniforme sul Globo, varia in modo sproporzionato dall’Equatore ai Poli; se nel primo si registra per esempio un aumento di +0,3°, nel secondo si arriverà anche a +4°. Ecco perché i ghiacci si assottigliano e gli orsi polari stanno morendo, per ricollegarsi alle ultime campagne tematiche di Greenpeace e altre associazioni.

A questo riguardo, in tutta onestà parlare dello scioglimento dei ghiacci fa molta scena, questo è il motivo per cui notiziari e giornali fanno man bassa di questo tema, pochi invece parlano della captazione di acqua per usi agricoli che, insieme all’evaporazione, ha fatto scomparire l’enorme lago Chad in Africa e ha distrutto i grandi fiumi come il Gange e il Colorado che ormai arrivano al mare come immensi rigagnoli, scorrendo miseramente sotto la ghiaia. È proprio la fame d’acqua delle colture estensive che getta perplessità sullo sviluppo del biodiesel e sulla sostenibilità di una dieta prevalentemente a base di carne (come quella di quasi tutto l’occidente); non è un caso che proprio in virtù delle nostre abitudini il consumo globale di acqua raddoppia ogni 20 anni, più del doppio del tasso di crescita della popolazione umana.

Secondo le stime delle Nazioni Unite, già oggi più di un miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile. Se il trend corrente persiste, nel 2025 è probabile che la richiesta di acqua dolce superi del 50% la quantità disponibile. Ma a monte di questo nostro disinteresse masochistico verso la tutela dell’ambiente e più ancora verso la conservazione dell’acqua da lasciare a disposizione di tutti, cosa c’è? Le grandi multinazionali. Di qualsiasi genere e provenienza siano, invocano il controllo e la mercificazione dell’oro blu. Il futuro della più indispensabile risorsa della Terra viene determinato da coloro che la utilizzano, e ne abusano. A sentir loro la privatizzazione sarebbe l’unico modo per distribuire acqua nel mondo assetato. Nei fatti, l’esperienza dimostra che vendere l’acqua nel libero mercato non risponde ai bisogni dei poveri, dal momento che essa viene riservata semplicemente a chi può pagare per averla: le metropoli, le grandi imprese consumatrici di acqua come quelle agricole, i grandi allevamenti bovini, per dirne alcune. La verità è che il potere futuro sarà nelle mani proprio di chi avrà il controllo politico dell’acqua.

Qualche esempio? Senza andare alla Sicilia del 900 dove la mafia assetava intere aree per mantenerle sotto controllo, la scarsità d’acqua in alcune aree del mondo rappresenta già un drammatico esperimento di quel che accadrà anche a noi: la Malesia rifornisce d’acqua Singapore, una quindicina di anni fa essa ha tagliato i rifornimenti in seguito ad alcune critiche ricevute sulle linee del governo malesiano. In Africa il progetto della Namibia di costruire un acquedotto che devii le acque del fiume Okavango (oggi in comune con Botswana) verso le zone dell’est della Namibia ha provocato una profonda crisi tra questi due Paesi. E poi c’è l’annosa “querelle” sul pericolo di una guerra per l’acqua nel Medio Oriente, dove le risorse idriche sono limitatissime: al momento ci sono strette di mano, sorrisi di circostanza e una pace armata, perché? Israele controlla i rifornimenti d’acqua della Giordania. Guai in vista, come piovesse. Almeno…

Carlo De Sio
Giornalista
Professionista del Marketing Etico e Ambientale